Rivista Corporate Governance ISSN 2724-1068 / EISSN 2784-8647
G. Giappichelli Editore

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L'esperienza di Intesa Sanpaolo sui temi di occupabilità (di Elisa Zambito Marsala, Responsabile Valorizzazione del Sociale e Relazioni con le Università di Intesa Sanpaolo)


La presente sezione approfondisce, attraverso molteplici punti di vista, un tema di grande rilevanza per il nostro Paese, quello dell’occupabilità. Partendo da una panoramica sulla situazione occupazionale in Italia, viene analizzato il fenomeno dei Neet (Not in education, employment or training) che rappresenta una delle maggiori sfide per il nostro Paese.

Intesa Sanpaolo experience on employability themes

This section explores, through multiple perspectives, an issue of great relevance for our Country: employability. Starting with an overview of the employment situation in Italy, the phenomenon of Neets (Not in education, employment or training), which represents one of the greatest challenges for our Country, is analyzed.

SOMMARIO:

1. Situazione occupazionale in Italia – analisi della situazione attuale, politiche attive del lavoro e il ruolo delle istituzioni - 1.2. Analisi della situazione attuale, politiche attive del lavoro e il ruolo delle istituzioni [2] - 2. Uno sguardo sui NEET in Italia - 2.2. Overview del fenomeno NEET in Italia - 2.2.1. Il confronto con l’Europa - 2.2.2. La distribuzione territoriale e la dimensione di genere - 2.2.3. I fattori che determinano la permanenza dei giovani nella condizione NEET - 2.2.4. L’impatto economico e sociale del fenomeno NEET sul Paese Italia - NOTE


1. Situazione occupazionale in Italia – analisi della situazione attuale, politiche attive del lavoro e il ruolo delle istituzioni

1.1. Situazione occupazione in Italia (2022) [1] Gli occupati, nel quarto trimestre 2022, sono 120 mila in più rispetto al terzo trimestre (+0,5%): l’aumento dei dipendenti a tempo indeterminato (+166 mila, +1,1%) ha più che compensato il calo di quelli a termine (-36 mila, -1,2% in tre mesi) e degli indipendenti (-9 mila, –0,2%); diminuiscono sia il numero di disoccupati (-30 mila, -1,5% in tre mesi) sia il numero di inattivi di 15-64 anni (-108 mila, -0,8%). I tassi presentano una dinamica simile: il tasso di occupazione sale al 60,6% (+0,4 punti), quello di disoccupazione cala al 7,8% (-0,1 punti) e il tasso di inattività 15-64 anni scende al 34,2% (-0,3 punti). I dati provvisori del mese di gennaio 2023 segnalano, rispetto al mese precedente, un’ulteriore crescita degli occupati (+35 mila, +0,2%), l’aumento dei disoccupati (+33 mila, +1,7%) e il calo degli inattivi (-83 mila, -0,7%); ne deriva un aumento dei tassi di occupazione e disoccupazione (+0,1 punti in entrambi i casi) e una diminuzione di quello di inattività (-0,2 punti). Dal lato delle imprese, in termini congiunturali prosegue, seppur rallentata rispetto ai trimestri precedenti, la crescita delle posizioni lavorative dipendenti, che aumentano dello 0,2% per effetto della componente a tempo pieno (+0,5%), mentre quella a tempo parziale diminuisce (-0,5%). Anche in termini tendenziali, le posizioni dipendenti continuano a crescere (anche in questo caso a ritmi meno sostenuti), con un aumento del 2,8%, trainato principalmente dalla componente full time, la cui crescita è più marcata (+3,6%) rispetto a quella dei part time (+0,7%). Le ore lavorate per dipendente aumentano lievemente in termini congiunturali (+0,1%) e continuano a crescere, meno intensamente, in termini tendenziali (+0,4%); contestualmente prosegue la riduzione del ricorso alla cassa integrazione (8,3 ore ogni mille ore lavorate). Il tasso dei posti vacanti cresce di 0,2 punti sia nel confronto congiunturale, sia in quello tendenziale. Su base congiunturale, il costo del lavoro per Unità di lavoro dipendente (Ula) aumenta dello 0,5% ed è il risultato della crescita delle retribuzioni (+0,4%) e, soprattutto, degli oneri sociali (+0,6%); il costo del lavoro aumenta, in termini tendenziali, dell’1,1% e la crescita della componente retributiva (+1%) è leggermente inferiore a quello degli oneri sociali (+1,4%); questi ultimi, a [continua ..]


1.2. Analisi della situazione attuale, politiche attive del lavoro e il ruolo delle istituzioni [2]

Rispetto al passato, i giovani affrontano in Italia numerose difficoltà per rendersi economicamente autonomi, raggiungere la piena maturità sociale e condizioni di vita soddisfacenti. La dinamica demografica degli ultimi anni imporrà alle giovani generazioni di oggi di sostenere, in prospettiva, la popolazione anziana, inattiva, di dimensione relativamente sproporzionata. Sulle generazioni più giovani gravano, inoltre, oneri derivanti da scelte a cui non hanno partecipato in termini di debito pubblico e stato del­l’ambiente. Questi fattori hanno contribuito a un impoverimento della nuova generazione rispetto a quella dei genitori e nelle classifiche internazionali l’Italia figura agli ultimi posti per un ampio divario intergenerazionale e per la scarsa mobilità sociale. Considerando l’indice globale dello sviluppo giovanile1 (Global Youth Development Index) l’Italia si attesta su un punteggio pari a 0.816 collocandosi nella classifica mondiale al 23° posto (tra i Paesi dell’Europa a 28 al 16° posto), con una performance più critica nei domini dell’istruzione (36° posto) e dell’occupazione (46° posto), fino ad arrivare ad una partecipazione politica e civica minima (125° posto). Alla luce di una situazione piuttosto critica, aggravata dalla pandemia, il PNRR rappresenta un’occasione per colmare i divari che impediscono ai giovani di esprimere, nel nostro Paese, le loro potenzialità e, allo stesso tempo, per portare ricchezza culturale, sociale ed economica alla collettività. Pur non prevedendo il Piano una missione specificamente dedicata ai giovani, essi sono destinatari diretti o indiretti di diverse misure. Sono tre, in particolare, le missioni che maggiormente incidono offrendo opportunità ai giovani: la missione Istruzione e ricerca, la missione Inclusione e coesione ma anche la missione Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura, sotto vari profili. Le restanti missioni, in particolare Rivoluzione verde e transizione ecologica e Infrastrutture per una mobilità sostenibile, sono deputate a garantire un ambiente vivibile ai giovani di oggi ed alle generazioni future e la missione Salute a una futura migliore assistenza sanitaria e sociale. Prendendo a riferimento il totale delle sole risorse del PNRR, gli interventi mirati ai giovani rappresentano circa l’11,5 per cento (21,9 miliardi [continua ..]


2. Uno sguardo sui NEET in Italia

2.1. Introduzione I giovani sono il bene più prezioso per un Paese e per la sua crescita. Eppure, in Italia, rappresentano una componente molto vulnerabile della popolazione, principalmente a causa delle difficoltà che incontrano nel delicato passaggio dal mondo dell’istruzione e della formazione professionale a quello, sempre più complesso e incerto, del lavoro. Il tutto, complicato ulteriormente dalla pandemia di Covid-19, che ha creato importanti ripercussioni riconducibili in particolare all’accentuarsi del senso di incertezza e insicurezza verso il futuro. Tra gli obiettivi dell’Agenda 2030 ci sono la piena occupazione e condizioni dignitose per tutti, compresa la drastica riduzione dei giovani che non studiano e non lavorano, ossia i cosiddetti NEET (Not in Employment, Education or Training). Quest’ultima in particolare è, per l’Italia, una grande e più che mai urgente sfida.


2.2. Overview del fenomeno NEET in Italia

L’acronimo NEET (Not in Employment, Education or Training) identifica i giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in alcun tipo di percorso formativo [3]. Parliamo dunque di persone che spesso vivono in una condizione di disagio ed esclusione sociale. Scendendo più nel dettaglio, è bene specificare che non è affatto semplice rispondere alla domanda “chi sono i NEET?”. Si tratta infatti di un fenomeno molto complesso, in quanto raggruppa al suo interno giovani con competenze e soprattutto condizioni psico-sociali molto diverse fra loro. Un rapporto dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo [4] individua tre diversi gruppi di NEET, riassumibili come segue: Giovani che cercano (più o meno intensamente) lavoro, ossia coloro che hanno da poco conseguito il diploma o la laurea. Giovani in stato di precarietà o disoccupazione, ossia coloro che, nonostante la mancanza di solide competenze, sono disposti a prendere parte ad un processo di riqualificazione delle proprie skill. Giovani “tagliati fuori” dal mondo dell’istruzione e del lavoro a causa di gravi problematiche personali e/o familiari e la cui condizione psicologica ed emotiva è messa a dura prova. In Italia il fenomeno dei NEET ha assunto dimensioni preoccupanti, sono infatti più di 3 milioni i giovani compresi nella fascia d’età 15-34 anni che vi rientrano, ossia il 25,1% (1 giovane su 4). Disaggregando il dato anagrafico per classi di età ridotte, le evidenze sono le seguenti: 1 giovane su 3 fra i 20 e i 24 anni rientra nel fenomeno NEET, mentre 1 giovane su 10 d’età compresa fra i 15 e i 19 anni non studia ne lavora [5].


2.2.1. Il confronto con l’Europa

Per meglio comprendere quanto il fenomeno dei NEET sia preoccupante in Italia è necessario partire dal confronto con gli altri Stati Membri dell’Unione europea. Dopo la Turchia (33,6%), il Montenegro (28,6%) e la Macedonia (27,6%), nel 2020 l’Italia è il Paese con il maggior tasso di NEET in Europa [6] (figura 1). Figura 1. – NEET in Europa – dati 2020 Fonte: Eurostat. In particolare, l’Italia, sulla base dei dati raccolti nel 2020 ed elaborati dall’Eurostat, risulta il primo Paese europeo per numero di giovani nella condizione di NEET sul totale della popolazione compresa fra i 20 e i 24 anni, superiore di circa 12 punti percentuali rispetto alla media europea. Perché in Italia il fenomeno dei NEET è così radicato e critico? Sono due gli aspetti principali che caratterizzano il nostro Paese. Il primo è la presenza sul territorio di meno giovani rispetto agli altri Stati europei, come conseguenza del basso tasso di natalità; il secondo riguarda le difficoltà di accesso al mercato del lavoro e la scarsa valorizzazione del capitale umano nel sistema produttivo italiano [7]. Una duplice criticità, dunque, che ha indotto nel 2016 l’allora presidente della BCE, Mario Draghi, a introdurre il concetto di “lost generation” per definire e dare la giusta rilevanza ad un fenomeno socioeconomico che richiede un forte intervento politico. L’Italia, inoltre, possiede altre due specificità da considerare: innanzitutto il sostegno della famiglia di origine è spesso più prolungato rispetto agli altri Paesi europei, causando nei giovani in rinvio di impegni e responsabilità. Dall’altra parte, la forte presenza del lavoro sommerso nel nostro Paese fa venire meno il senso di urgenza nei giovani di costruirsi una solida base di competenze per entrare nel mondo del lavoro [8].


2.2.2. La distribuzione territoriale e la dimensione di genere

Il fenomeno dei NEET presenta sostanziali differenze a livello regionale. In particolare, l’Italia è divisa in due macro-blocchi. La zona centro-settentrionale risulta in linea, o addirittura al di sotto, della media europea (15%) [9]. Nel Mezzogiorno, invece, si evidenziano le principali criticità; infatti, ai primi posti ci sono tutte le regioni del Sud, con quote molto alte per Sicilia (40,1%), Calabria (39,9%) e Campania (38,1%) [10]. Inoltre, più cresce l’età e più aumenta la quota di NEET. Per quanto riguarda la dimensione di genere, i dati sottolineano in Italia una marcata differenza a scapito delle donne. Il fenomeno dei NEET registra infatti una netta prevalenza femminile, pari a 1,7 milioni sul totale di 3 milioni [11]. Inoltre, al crescere dell’età si osserva un progressivo sbilanciamento della quota femminile fra i NEET, che passa dal 45% nella fascia d’età più giovane (15-19 anni) al 66% in quella più matura (30-34 anni) [12] (figura 2). Figura 2. – NEET in Italia per fasce d’età e genere Fonte: INAPP.


2.2.3. I fattori che determinano la permanenza dei giovani nella condizione NEET

Esistono diversi fattori che possono determinare la permanenza dei giovani nella condizione di NEET. In particolare, L’ANPAL [13] indica come principali i seguenti fattori di rischio: –    avere un basso livello di rendimento scolastico; –    vivere in una famiglia con basso reddito; –    provenire da una famiglia in cui un genitore ha sperimentato periodi di disoccupazione; –    crescere con un solo genitore; –    essere nato in un Paese fuori dall’UE; –    vivere in una zona rurale; –    avere una forma di disabilità. Sono tutti fattori che meriterebbero di essere attentamente analizzati, anche facendo leva sulle potenzialità delle nuove tecnologie. Ad esempio, l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale potrebbe consentire la costruzione di una mappa del rischio in Italia che consenta di progettare adeguate politiche per prevenire il fenomeno dei NEET. È proprio sull’attivazione di politiche di prevenzione, infatti, che il nostro Paese dovrebbe concentrarsi per contrastare efficacemente il fenomeno, rompendo un circolo vizioso la cui conseguenza diretta è la povertà e l’esclusione sociale dei giovani.


2.2.4. L’impatto economico e sociale del fenomeno NEET sul Paese Italia

Lo status di “NEET”, specie se a lungo termine, produce effetti negativi anche in termini di costi che un Paese deve sostenere. Rappresenta infatti un costo sociale, comprensivo di elementi sia diretti (attinenti alle spese sostenute a scopo ripartivo dalle istituzioni pubbliche) che indiretti (legati alla maggiore probabilità tra i NEET dell’assunzione di comportamenti deviati con ricadute anche sui livelli di salute e sulla spesa in protezione sociale). Sebbene il calcolo del costo economico dei NEET sia un esercizio molto complesso, i ricercatori di Eurofound nel 2012 hanno stimato l’importo della spesa sociale in Italia che, complessivamente, è pari al 2% del PIL [14]. Più di recente, come riporta un articolo redatto dal Gruppo Editoriale Gedi, è stato calcolato a quanto ammonta la perdita economica del Paese Italia in un anno (2019) a causa del fenomeno dei NEET. La cifra è stata calcolata tenendo conto delle spese per l’istruzione, del mancato versamento dei contributi e della spesa sociale e ammonta a 3,7 miliardi di euro [15]. Il fenomeno, però, non può e non deve essere letto solo in termini di costi, ma anche di mancata opportunità del sistema Paese di mettere la sua componente più preziosa e dinamica – ossia i giovani – nella condizione di contribuire pienamente alla crescita presente e futura [16].


NOTE