Il dibattito sull’etica del dato sta contribuendo a definire principi per una governance responsabile delle tecnologie digitali, ma non è sufficiente a garantire la sostenibilità nell’infosfera. Seguendo l’equazione proposta da Floridi – Biosfera: Sostenibilità = Infosfera: X – questo contributo individua nella relazionabilità la variabile mancante. È la capacità dei sistemi digitali di preservare e promuovere l’interazione umana. L’IA deve essere progettata per restituire agli individui spazi di dialogo, ascolto e confronto. In questa prospettiva, la relazionabilità è il principio che traduce il diritto all’interazione umana in criterio operativo per la progettazione e la regolazione delle tecnologie. Non si tratta di umanizzare l’IA – illusione antropomorfizzante che confonde le macchine con le persone – ma di umanizzare gli esseri umani, accompagnando la transizione digitale con una transizione verso l’interazione umana. La relazionabilità offre così all’infosfera ciò che la sostenibilità ha offerto alla biosfera: un principio semplice e universale capace di orientare le scelte collettive del futuro digitale.
The debate on data ethics is helping to define principles for a responsible governance of digital technologies, yet it is not sufficient to ensure sustainability within the infosphere. Following Floridi’s equation – Biosphere: Sustainability = Infosphere: X – this contribution identifies relationality as the missing variable: the capacity of digital systems to preserve and foster human interaction. Artificial intelligence must be designed to give individuals back spaces for dialogue, listening, and exchange. In this perspective, relationality is the principle that translates the right to human interaction into an operational criterion for the design and regulation of technologies. The goal is not to humanize AI – an anthropomorphic illusion that risks confusing machines with persons – but to humanize human beings themselves, by accompanying the digital transition with a genuine transition toward human interaction. Relationality thus offers to the infosphere what sustainability has offered to the biosphere: a simple and universal principle capable of guiding the collective choices of the digital future.
1. L’equazione incompleta di Floridi - 2. Oltre l’etica del dato: utilità e limiti - 3. Il limite giuridico: il diritto all’interazione umana - 4. L’influenza dell’infosfera sulla biosfera: l’impatto dell’infosfera sull’interazione umana e sulla sostenibilità sociale - 5. Una proposta: la sostenibilità nell’infosfera come relazionabilità - NOTE
Nella letteratura contemporanea sull’etica digitale è emersa l’idea che, a differenza della biosfera, l’infosfera non disponga ancora di un concetto fondativo capace di orientarne lo sviluppo in chiave sostenibile. Questa mancanza è stata espressa in forma simbolica attraverso un’equazione volutamente aperta: Biosfera: Sostenibilità = Infosfera: X [1]. L’immagine restituisce con chiarezza la sfida concettuale. Così come la nozione di sostenibilità [2] ha rappresentato il punto di svolta per tradurre le intuizioni della tragedia dei beni comuni in un paradigma operativo e giuridicamente vincolante, allo stesso modo oggi occorre individuare un concetto in grado di colmare il vuoto nell’infosfera. Lo stesso Floridi ha suggerito che la variabile mancante possa essere identificata con la preferibilità sociale, ma si tratta, secondo la valutazione dello stesso autore, di un’indicazione preliminare, non ancora in grado di fornire una cornice condivisa. La stessa esperienza storica della sostenibilità dimostra che la definizione del lessico adeguato non è immediata: tra la prima denuncia dei rischi ambientali e l’elaborazione del Rapporto Brundtland [3] sono trascorsi quasi vent’anni. Analogamente, la ricerca di un concetto che renda giustizia alla complessità del digitale potrebbe richiedere tempo, ma non per questo può essere rimandata. La domanda resta quindi aperta: quale concetto può colmare l’equazione e garantire che l’infosfera diventi uno spazio effettivamente sostenibile? V’è da chiedersi se la variabile mancante possa esaurirsi nell’etica del dato oppure richieda di andare oltre.
L’etica del dato [4] si è progressivamente affermata come campo di riflessione autonoma all’interno del più ampio dibattito sulla governance digitale [5] e svolge un ruolo essenziale di sensibilizzazione e di orientamento culturale, contribuendo a consolidare l’idea che l’infosfera non può essere lasciata alle sole logiche del mercato o della tecnica. Tuttavia, l’analisi critica mostra come, al fine di garantire la sostenibilità nell’infosfera, un approccio basato esclusivamente sull’etica del dato, pur necessario, sia intrinsecamente limitato. Il primo limite riguarda la sua natura prevalentemente “soft” e, corrispondentemente, la non giustiziabilità. In larga misura, l’etica del dato produce standard di regolazione privi di cogenza, affidati alla discrezionalità di piattaforme e organizzazioni. Questa debolezza si riflette sul piano rimediale: i principi etici raramente si traducono in parametri azionabili dinanzi al giudice, lasciando un divario tra enunciati valoriali e tutela effettiva. Il secondo limite riguarda l’orizzonte del “come”. L’etica del dato privilegia, infatti, il “come” le macchine possono sostituire l’umano in decisioni e negoziazioni che incidono sulla vita delle persone (qualità dei dataset, mitigazione dei bias, spiegabilità), ma non si occupa del “se” e del “quanto”. Questi limiti non rendono certamente superflua l’etica del dato, ma ne mostrano l’incompletezza. L’etica del dato offre un linguaggio e una sensibilità che contribuisce a porre al centro del dibattito la questione della dignità e dei diritti fondamentali nell’era digitale. Ma il punto è che, da sola, non basta. Per completare l’equazione dell’infosfera occorre riconoscere una “misura” più forte, giuridica, capace di fissare limiti invalicabili e di tradurre i principi etici in parametri operativi e giustiziabili.
Se l’etica del dato, pur preziosa, non basta a garantire la sostenibilità nell’infosfera, il passo successivo è quello di individuare, innanzitutto, un fondamento giuridico capace di tutelare il bene comune per eccellenza: l’interazione umana. Con l’affermarsi dell’intelligenza artificiale, infatti, il bisogno di interazione umana è diventato improvvisamente “visibile” non solo come valore sociale, ma come bene giuridico a rischio e, proprio per questo, meritevole di protezione. Al riguardo, le norme esistenti garantiscono presidi solo parziali (cfr. art. 22 GDPR [6] e art. 14 AI Act [7]) poiché si limitano a richiedere la “sorveglianza” del funzionamento dell’IA rispetto al merito della decisione ovvero l’imputazione della relativa responsabilità ad un “umano”. Ne risulta un bilanciamento incompleto dal quale è assente il prodromico bisogno fondamentale di ciascun cittadino all’”interazione” con un essere umano. Ecco, dunque, che il fondamento giuridico necessario per tutelare questo bisogno è rappresentato dal diritto all’interazione umana [8], inteso come il diritto fondamentale di ciascun individuo di essere riconosciuto e ascoltato da un altro essere umano e non da una macchina e, quindi, di non essere spossessato dell’umanità nella relazione. Il diritto all’interazione umana si pone come nuovo diritto fondamentale che trova giustificazione e fondamento nell’art. 2 Cost. [9]. In quanto diritto fondamentale, esso diviene la “misura” giuridica che segna il limite invalicabile oltre il quale l’innovazione tecnologica non può andare poiché, mettendo a rischio l’interazione umana, metterebbe a rischio la stessa esistenza dell’essere umano. Del resto, come acutamente osservato da G. Cosi, “non si nasce soltanto esseri umani, lo si diventa veramente attraverso l’interazione con altri esseri umani” [10].
Se la sostenibilità ambientale si misura nella capacità di preservare le risorse naturali, quella sociale va misurata nella capacità di preservare le relazioni umane, cioè il tessuto di legami che rende possibile la vita associata. L’interazione umana rappresenta, dunque, anche il presupposto fondamentale della sostenibilità sociale nella biosfera. È in questo contesto che l’infosfera assume un ruolo decisivo. L’ambiente digitale non è neutro: le logiche algoritmiche, le architetture delle piattaforme, i modelli di automazione plasmano il modo in cui gli individui interagiscono tra loro. L’infosfera influenza le dinamiche relazionali che si sviluppano nella biosfera. Ne deriva che la qualità della vita sociale, politica ed economica dipende in misura crescente da ciò che accade nello spazio digitale. Pertanto, il diritto all’interazione umana, da riconoscersi nella biosfera quale diritto fondamentale, dovrà essere proiettato anche nell’infosfera, affinché questa operi come ambiente abilitante e non sostitutivo delle relazioni. Ne consegue che il parametro di sostenibilità specifico dell’infosfera dovrà garantire che i sistemi digitali preservino e promuovano la possibilità degli esseri umani di parlarsi, ascoltarsi, decidere insieme. In altre parole, l’infosfera potrà dirsi davvero sostenibile solo se sarà orientata a garantire e rafforzare l’interazione umana nella biosfera. L’infosfera è quindi il luogo in cui si decide il futuro della socialità nella biosfera e il compito del diritto è proprio quello di fissare la direzione, stabilendo il principio per cui ogni innovazione deve essere valutata non solo in termini di prestazioni tecniche, ma anche in termini di impatto sul mantenimento delle relazioni umane nella biosfera.
L’equazione ideata da Floridi indica che manca ancora il parametro regolativo capace di guidare lo sviluppo digitale. La proposta preliminare dello stesso Autore di completare la variabile mancante con il riferimento alla “preferibilità sociale”, ossia l’orientamento delle scelte digitali verso ciò che appare più vantaggioso per la collettività, è un’indicazione importante, ma ancora indeterminata poiché non chiarisce quale sia il nucleo dell’”interesse collettivo”, né offre un criterio per valutarne l’impatto concreto. La risposta che qui si propone è, dunque, che quella “X” corrisponda alla relazionabilità, intesa sia come conformità ad un diritto fondamentale (il diritto all’interazione umana) sia come criterio operativo. La relazionabilità sposta lo sguardo sul fine ultimo dei sistemi digitali e, cioè, la salvaguardia del nucleo relazionale che caratterizza ogni processo decisionale e negoziale. Mentre l’etica del dato si interroga sul “come”, la relazionabilità si interroga sul “perché” e sul “per chi”: perché un sistema digitale è progettato e che tipo di beneficio può apportare all’interazione umana? In questa prospettiva, la scelta fondamentale che l’epoca digitale pone non è tra rifiutare o abbracciare l’intelligenza artificiale. La scelta è se farne uno strumento che libera tempo per l’interazione umana o, al contrario, uno strumento che la erode progressivamente. L’IA deve essere concepita per restituire agli individui spazi di dialogo, ascolto e confronto. Non si tratta di “umanizzare” l’IA, posto che questa rischia di risolversi in un’illusione antropomorfizzante in grado di scambiare le macchine con le persone, ma di umanizzare gli esseri umani, accompagnando la transizione digitale con una vera e propria transizione verso l’interazione umana. L’urgenza è imparare di nuovo ad interagire, facendo dell’interazione umana la competenza cardine della cittadinanza digitale [11]. Questo approccio permette di reinterpretare l’intero tema della governance algoritmica: così come la sostenibilità ambientale ha offerto un linguaggio comune capace di orientare politiche pubbliche, strategie [continua ..]